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Che a certe mancanze non non ti abitui mai.


In tutti i modi questa mattina scendere giù dal letto mi veniva difficile. Strano.

Ero li che mi muovevo stiracchiandomi tra le lenzuola ancora ad occhi chiusi cercando una motivazione, che fosse una, che mi facesse alzare.

La radio della sveglia sul comodino comincia a cantare la sua canzone e capisco che ora o mai più dovrei alzarmi.

Il calendario segna 17 settembre duemilaquindici. Lascio stare gli anni come faccio già da un po, che a certe mancanze, a quelle lontananze non c'è tempo che conti. Capisco che sono otto anni che qualcosa è cambiato. In me, in noi. Che a casa si respira un'aria diversa. 

Mamma che mi ricorda di non prendere impegni per il pomeriggio perchè c'è da andare in chiesa per la commemorazione. Io a queste cose non mi ci abituo. E pensare che a mio padre lo ricordo ogni santo giorno. E lo celebro tra le nuvole che a volte ricordano un pagliaccio dal naso grande e quelle orecchie che pizzicavo da bambina. Sono convinta che lo faccia somigliare a lui perchè è così che si è più vicini.
Tra i prati e quelle campagne a lui tanto care. Perchè se vuoi sentirti più vicino bisogna andare a trovarsi, a cercarsi nei posti che senti casa.
Nelle canzoni. Quelle disco dance che ti piacevano tanto e l'ultimo capodanno chi se lo scorda. Tu in pigiama sulla pista della cucina, che di migliori proprio non riesco a trovare, improvvisavi i passi di quel sabato sera nostalgico. Morti dalle risate. 
In quelle canzoni malinconiche e tristi. Si perchè si sente il bisogno anche di quelle per far scendere le lacrime. Anche le ultime che sono rimaste. Non per ricordarti così, la piagnucolona di sempre, ma perchè a certe mancanze non ci si fa mai l'abitudine e a certi dolori i solchi scolpiti sul viso da quelle lacrime invisibili ai più sono sempre presenti sul viso. Certi dolori non basta una vita per farli cessare.

E ora che questi otto anni sono passati caro papi, io vorrei dirti un sacco di cose, parlarti, raccontarti.Di noi e di come in qualche como siamo andati avanti. Di tuo figlio che si è sposato e che ti abbiamo sentito quel giorno come un tempo.
Raccontarti di quando un signore, che non conoscevo, fermandomi per caso mi disse se fossi tua figlia. Perchè quel sorriso e quegli occhi ricordavano tanto il suo caro amico scomparso un pò di anni fa. E io con quello stesso sorriso ho risposto che non aveva sbagliato.

Ma poi dimmelo come si fa per poterlo rivedere ancora quel sorriso che non fosse solamente nei miei sogni.

A te che manchi!





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